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Questo era l’Adige per Trento, prima ancora di essere una cornice al profilo delle sue torri e dei suoi campanili, una ragione di vita, che giustificava una città sorta nel cuore delle montagne e che aveva contrapposto alla loro immobilità e al loro incombere l’inarrestabile flusso delle sue acque. Su queste due forze, quella vivace del fiume e quella solen­ne delle montagne, Trento aveva costruito la sua storia. Ma a chi girava tra le sue strade, entro le sue mura, altri aspetti apparivano di una natura tutt’altro che fossilizzata: tra i coni di deiezione che a oriente avevano seguito il Fersina e gli altri affluenti e le pareti levigate dai ghiacciai del lato occidentale, da cui si staccava quel capriccio, quell’ineliminabile e fatidico ingombro che è il Dos Trento, la natura aveva sviluppato tutto un campionario di forre, di rive, di ripiani che Trento aveva cercato di modellare e di trasformare in piazze, orti, giardini. La loro presenza non sfugge nemmeno oggi agli occhi esperti e condiziona tutta la topografia della città.

        

Vicolo dei Birri

 

Così come tutte le città del mondo Trento divenne il risultato di situazioni geografi­che e di eventi storici, includendo in questi ultimi anche gli interventi dei più umili cittadini, che in modo quasi irrilevante si sono svolti nel silenzio di molti secoli, ma a differenza di altre città è assai più varia, ricca, fantasiosa di quello che le premesse della natura e della storia farebbero supporre. Osserviamo il profilo delle sue torri e delle sue chiese, come si prospetta ad esempio in una di quelle classiche vedute che si offrono a chi si affaccia alla finestra del Castello del Buonconsiglio. La città si stende ai nostri piedi, a diretta portata dei nostri passi, si direbbe persino della nostra voce, è più varia del già vario e frastagliato profilo delle cime che la circondano. Il suo meandro di strade, di palazzi, di case, è non meno intricato di quanto si suppone possano essere le lontane pendici boscose. Ma a differenza di quello dei boschi e delle cime questo labirinto di architetture evoca messaggi, intreccia dialoghi, ben più coinvolgenti e immediati. Tutto attorno alla città la natura innalza i suoi trofei. Sarebbe assurdo dimenticarlo, queste montagne non possono essere escluse da alcuna visione che si voglia avere di Trento, non possono essere trascurate in alcuna opinione che ci si possa formare sull’indole dei suoi abitanti. E sono documenti esaltanti che ogni buon trentino conosce. La montagna ha la sua epopea di ascetismo, di conquiste, di gelose solitudini, di solidali co­ralità, le sue magie, le sue ebbrezze, i suoi doni, i suoi insegnamenti, tutto un mondo che genera una cultura, un costume, una mentalità.

 <<continua>>

 

 
  

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Antonio@Enio